martedì 7 giugno 2016

Ora però mi contraddico e non nego che non c'è niente che mi piace più dell'odore dei libri nuovi.

Mi piace comprare libri vecchi e trovarci delle storie. Non parlo della storia scritta "nel" libro, ma della storia raccontata "dal" libro, l'oggetto fisico.
Come quella volta che ci ho trovato una foto, probabilmente messa lì negli anni duemila ma scattata molto tempo prima, probabimente risalente agli anni ottanta. Una foto di quando si era ragazzi, amici e spensierati. Mi piace immaginare che sia uno dei personaggi della foto, ormai invecchiato, ad averla scelta come segnalibro. Non ricordo neanche che libro fosse ora, ma mi ricordo della foto, dei sorrisi e delle pose.
Qualche altra volta si trovano delle macchie di vino e caffè, briciole di biscotti nelle pieghe della rilegatura.
Altre volte, spesso, c'è la dedica di qualcuno per la sua migliore amica, per il suo amore. E mi chiedo come sia andata a finire quella storia. Perchè per vendere un libro regalato da un buon amico deve esserci veremente un motivo grave dietro.
'À Celine, pour en finir avec la malediction des "retours"...
En amicale pensèe Valèr ... ' e altre cose che non riesco a decifrare, dedica accompagnata dal disegno di due profili, un uomo e una donna.
Ieri per esempio sono stata alla lavanderia automatica dietro casa e ho trovato una guida lonely planet del Giappone, in inglese. Dietro c'è un indirizzo e-mail, ho cercato quel nome sul facebook e ho trovato la proprietaria. Forse il social network rende le cose meno romantiche, meno spazio per inventarsi delle storie, ma ecco che il libro ha una proprietaria, una piccola storia da raccontare.

sabato 31 gennaio 2015

loop

C'erano una volte le sere d'estate a Parigi, quando tornavo a casa con l'ultimo metro e ascoltavo Ribs in loop nell'ipod, e mi sentivo felice, ma triste allo stesso tempo. O prima felice e poi triste. O viceversa.

The drink you spilt all over me
"Lover's Spit" left on repeat
My mum and dad let me stay home
It drives you crazy getting old


Mi ricordo il giorno del mio primo compleanno a Parigi. La città la sentivo ancora nuova, tutta da esplorare, la mattina mi sono alzata di buonora, sono andata a in bicicletta ad andare a mangiare in un ristorante coreano che avevo trovato su internet, che quando però sono arrivata lì non esisteva più. Ho scoperto una chiesetta molto bella, un quartiere un pò giusto all'angolo con Strasbourg Saint-Denis, molto colorito, ma da cui ero scappata a gambe levate quando mi sono trovata in una via di parrucchieri da donna tutti neri, tutti con parrucche treccine, e io che avevo paura che mi facessero lo scalpo, e allora via in bicicletta con i capelli sciolti al vento. E poi la decisione di cambiare direzione, cambiare zona della città, in fondo era una bella giornata di sole, e allora me ne sono andata sulla Senna, verso Austerlitz, verso quella roba verde futuristica che poi ha preso il nome di Nuba, e la Biblioteca Francois Mitterand, che finora avevo visto solo disegnata sulle cartine, che sì, è abbastanza grande che ce la disegnano spesso. E il sole caldo, la salita in bicicletta, l'acqua gratis di Parigi, benedetta, e pure frizzante. Il Food truck che vanno di moda a Parigi, Fish and Chips come regalo di compleanno, seduta sulle scale guardando la Senna e ascoltando la musica del Batofar. Il venticello, la tranquillità, le telefonate a casa, io di un anno più vecchia, in una città diversa, un'altra ancora.

E poi chissà perchè, tornata a casa, dove essermi comprata un bel vestito a pois, uno che avevo già visto da tempo ma che il giorno del mio compleanno ho avuto una buona scusa per comprare, chissà perchè, sono scoppiata nel più lungo dei pianti, come non piangevo da tempo. Mi sentivo sola. Il giorno del mio compleanno, tutta sola, in una città nuova, e un vestito nuovo.

Ora è inverno. Ho comprato ancora dei vestiti nuovi e delle scarpe nuove, ma sono ancora in quella città, che non ho ancora finito di esplorare.

Non so perchè stasera mi sia venuta in mente questa storia. Forse perchè stasera, tornando a casa con l'ultimo metro, ho ascoltato ancora Ribs, sotto un'inizio di pioggerellina, come in quelle sere d'estate in cui correvo per cercare di raggiungere casa, che allora non era ancora casa mia, prima che iniziasse il temporale. Ma stasera, a differenza dell'estate, la pioggerellina non si è trasformata in tempesta. Probabilmente si trasformerà in neve.

domenica 26 gennaio 2014

ci scusiamo per la mancanza di maiuscole e di entusiasmo.

certe sere ho voglia di scrivere, ma non ho voglia di pigiare i tasti.
potrei dettarlo a Siri, la tizia idiota parlante dell'iPad, ma poi quindi non sarebbe scrivere, e neanche uno stream of consciousness, direi più uno stream di wtf, dato che tutti sappiamo che non sono molto brava nell'esposizione orale, molto chiara soprattutto. ma sorvoliamo, ecco. ho sempre avuto volti alti nello scritto e voti di merda nell'orale. e non ho mai copiato.
quindi, fatta la premessa, arriviamo al dunque.
in realtà facendo la premessa mi sono dimenticata di quello che volevo dire, e quindi credo che chiuderò il computer e mi metterò a dormire.
è sempre così: parto con l'idea di fare una cosa, faccio qualche deviazione e alla fine non faccio niente di quello che mi sono prefissata.
ecco, questa la potrei definire la storia della mia vita.

martedì 19 novembre 2013

Ho una vita sregolata ma quando tento di fare le cose giuste poi sono le cose ad essere sregolate.

Sono in un aula vuota al Poli, per la precisione quella in cui facevo "Scenografie di Luce" l'anno scorso. Ogni tanto la luce si spegne da sola dato che c'è il sensore di movimento. E dato che ci sono solo io, si spegne spesso, dato che i miei movimenti sono minimi. E ogni volta mi prende un colpo. E sembra che stia piovendo qui dentro, c'è l'acqua che scorre giù per una grondaia che passa nel bel mezzo del stanza, suppongo. 

Certo, avrei di meglio da fare che scrivere su un blog che nessuno legge.
Ma mentre faccio colazione con una focaccia, passo il tempo.

Anche stamattina mi son svegliata alle 7 dopo aver dormito solo 4 ore, un po' colpa degli zombie, un po' colpa del fratello che c'ha l'insonnia, un po' colpa della pizza che proprio non ci riuscivo a digerirla. Ma son saltata giù dal letto con tutta la buona volontà, mi son fatta lo shampoo, ho bevuto un tè, mi son sorbita i discorsi di mio fratello su Games of Thrones [i libri, non la serie] che mi raccontava di personaggi, di popoli, di territori, di schivitù. Ce l'ho messa tutta a prepararmi senza buttarmi sul divano per dormire "altri 5 minuti", ce l'ho messa tutta per uscire di casa e andare in uni sotto il diluvio universale. 

E niente, l'unica volta, e dico l'unica volta che arrivo a lezione di "Cultura del Cinema" in orario, la lezione non c'è causa interruzione delle lezioni per workshop.
Detto questo, era meglio restare a casa a dormire.
Chissà se esiste un aula per dormire come quella che c'era alla Musashino Art University anche qui al Politecnico. 

lunedì 18 novembre 2013

Lunedì mattina alle 7 e un quarto

E mi sveglio il lunedì mattina alle 7 e un quarto dopo aver passato la notte insonne, tra caldo-freddo-caldo sotto il piumino-senza il piumino, mio fratello che gironzolava per casa che non riusciva a dormire manco lui, e forse sarà stata colpa della pasta e delle castagne, bisogna mangiare meno e prima, la sera, e non guardare The Walking Dead che poi fanno venire gli incubi.
Dicevo che mi son svegliata alle 7 e un quarto, che sinceramente non ce la facevo più a sentire la sveglia che suonava in cucina dall'iPad, e prima che si mettesse a suonare, o meglio a urlare, la radiosveglia in bagno sintonizzata su RDS, son saltata giù dal letto che neanche il primo uomo quando è sceso sulla luna.
Mi son svegliata alle 7 e un quarto, che neanche nei giorni di lezione, che finora son riuscita ad arrivare sempre in ritardo, anche il primo giorno ovviamente, e anche il giorno della presentazione, e l'unico giorno che son arrivata in orario è arrivato il diluvio universale appena ho messo piede nell'edificio di Design.
Mi son svegliata sì alle 7 e un quarto con qualche buon proposito, tipo aggiornare il portfolio online, ma ora è passata un'ora, ho bevuto già un tè, ho curiosato sui profili behance dei miei compagni di corso, poi sono andata a perdermi un po' su facebook, e poi su tumblr, e ciò non è mai una buona idea, e quindi il mio buon proposito è ancora un proposito.
Alle 7 e un quarto mi è venuta anche la splendida idea di mettermi a leggere il classing log delle lezioni di CS di Tadanori Nagasawa in Giappone, e mi è venuta tanta nostalgia della Musashino Art University, di Kimi e Kate, e Riku e Ayako, e pensando che Ochi poteva iscriversi al corso l'anno scorso, che c'ero pure io, e che cacchio.
Il lunedì mattina alle 7 e un quarto, l'80% dei post su facebook parla del lunedì mattina medesimo: Odio il lunedì, il lunedì è blue, lunedì+presto+freddo=brutto brutto. Cose così e poi si aggiunge la splendica previsione di pioggia per tutto il giorno, e allora sì, sembra proprio un bel giorno, questo famoso lunedì.
Mi son svegliata alle 7 e un quarto stamattina, è lunedì, non ho lezione, non ho voglia di lavorare al progetto per l'uni nè di aggiornare il portfolio, il cielo è grigio gradazione 50%, credo piova, ho bevuto il the, ma sai che c'è? Quasi quasi me ne vado a dormire di nuovo.

giovedì 20 giugno 2013

E non perdere tempo a cercare titoli di post che nessuno leggerà mai.

Ho letto qualcosa che ha fatto venire improvvisamente voglia di scrivere anche a me. E mi ha fatto venire voglia di diventare produttiva al massimo, spendere le mie notti insonni a finire progetti e cominciarne di nuovi, dormire qualche ora al mattino, rilassarmi un po' al pomeriggio, e poi ricominciare. Mi ha fatto venire voglia di organizzarmi la mia restante permanenza qui in Giappone. Fare un libro fotografico, creare una fanzine, creare un portfolio online e finire il report per sabato. Mi ha fatto pensare al fatto che parlo a sproposito, mi ha fatto ricordare che una volta ho iniziato a scrivere un libro su di me in terza persona. Vorrei suonare l'ukulele adesso, registrare una canzone, migliorare il mio inglese e imparare il giapponese davvero. Vorrei che al mio tre la mia vita diventasse ordinata e organizzata, e vorrei avere un dizionario molto più forbito.
Il mio programma a breve termine è: riordinare la stanza, eliminare il superfluo, fare lo shampoo, rifare il futon con le lenzuola pulite, preparare un caffè, e stabilire l'itinerario per domani, trovare qualche museo interessante a Tokyo se piove, e un alternativa se c'è il sole. Pensare al progetto di Kimi e allo storyboard del video. E soprattutto non cadere nell'inerzia.

ok, quindi, ichi, ni, san.


mercoledì 12 giugno 2013

Alla gente ubriaca dovrebbero togliere la licenza di scrivere al pari di quella di guida

Sono tornata a casa da poco. Sono ubriaca. Meglio dire brilla. La testa mi gira, mi sento scema, mi metterei a dormire e sto continuamente pigiando il tasto delete perchè continuo a sbagliare tasti ma nonostante ciò mi ostino a scrivere di fretta, di conseguenza ci sto mettendo un sacco di tempo. Sono tornata da Kokubunji in bicicletta, ma sinceramente, se mi avessero fatto l'alcool test probabilmente mi avrebbero lasciato a piedi. In più ascoltavo la musica da un orecchio, e centravo tutte le pozzanghere apposta, porgendo il viso invece alla pioggerellina di giugno. Sentendomi un po' ubriaca e un po' blue.

La stagione delle piogge è iniziata davvero. 梅雨, questo è il kanji, che si legge tsuyu.
Lo abbiamo imparato oggi a lezione di giapponese.

Comunque, non ci volevo andare, volevo risparmiarmi tremila yen per cose più utili tipo cazzate giapponesi da portarmi in Italia al mio ritorno, ma ero lì a struggermi, pensando al fatto che se non ci fossi andata non avrei mai saputo cosa avrebbero fatto [beh, probabilmente avrei visto il video che ha fatto Kate con l'Iphone a testa in giù, e che non riesco a guardare perchè se giro la testa questa mi cade per terra.] E se non ci fossi andata me ne sarei pentita per il resto dei miei giorni, come ho fatto per altre cose. {Se non fossi andata a Bou quella volta lì in Francia, e io non ci volevo andare, non avrei mai conosciuto lui}. Quindi, per evitare di aggiungere cose alla lista del "potevo farlo, potevo andarci", ci sono andata. Dove? Niente di speciale, la festa di fine corso di Brand Design, con compagni di corso e professore. E poi ci sono andata per cercare di fare amicizia con altra gente, che in realtà siamo stati in classe insieme una volta a settimana per due mesi, ma dato che parlano solo giappo, è difficile comunicare nella loro lingua, io che mi ricordo solo il verbo Taberu {mangiare, per la cronaca}.

Era una specie di all you can drink, ma stavolta qualcosa da mangiare c'era. Le ragazze erano lì a bersi cose alla frutta e al limone quindi non so, ma il prof. era circa ubriaco e si è messo a raccontare delle sue fidanzate a Londra, una bionda italiana e Maria Garcia la spagnola [un nome più stereotipo di così c'è solo Mario Gomez]. e poco ci mancava che gli raccontassi che in realtà pure io ero venuta in Giappone per trovarmi un fidanzato giapponese e fare un figlio bellissimo con gli occhi a mandorla. e poco ci mancava che gli raccontassi dei due ragazzi mezzi giapponesi che mi hanno spezzato il cuore finora. E che a causa dell'ultimo, nonostante tutto, ancora deve guarire.
e poi gli avrei voluto spiegare che sono rimasta molto delusa delusa dai ragazzi giapponesi, che le mie aspettativa erano troppo alte, e che invece la media qui è veramente scarsa, sono alquanto brutti, ad eccezione forse di Ochi, che tralaltro gliel'ha detto anche il professore che è "handsome", ma che sembra stupido. Bel complimento direi.

L'argomento amore è stato ricorrente. Ochi che spiegava al prof. che non si era impegnato molto a Brand perchè c'aveva il cuore spezzato, che la ragazza l'ha lasciato quando lui le ha detto che vuole andarsene in Europa. Gussan che si struggeva perchè nessuno lo vuole. Su nove ragazze, solo una era fidanzata [e io, ma sarei la decima]. Poi il prof. che raccontava delle storie a distanza, che sono complicate e che è stato carino Andrea a venirmi a trovare. e io che gli ho detto che non è venuto a trovare me ma è venuto per visitare il Giappone. il prof. che mi diceva che Andrea è molto più innamorato di me più di quanto lo sia io. E che la sua fidanzata l'ha lasciato dopo sette anni per fargli vivere l'Europa a pieno. e io che da ubriaca che mi son fatta la domanda se questo fosse stato un segno del destino, ovvero dirmi di lasciar perdere l'Europa e trovarmi il giapponese dei miei sogni [tipo Ochi ma almeno sette anni più vecchio].

Comunque alla fine non è successo niente che ha cambiato il corso della mia esistenza, a parte una stretta di mano che ha fatto vacillare le mie sicurezze e fatto ricordare un giorno d'estate a Venezia.
Ma questa è un altra storia.